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UN FESTIVAL, UN TERRITORIO, UN SOGNO DI CULTURA ALTA E DI POPOLO

Il cuore della Puglia è un luogo magico. Un posto abbracciato, un po’ protetto un po’ nascosto, dagli ultimi contrafforti delle Murge, a formare una piccola valle affollata di insolite costruzioni coniche, che a vederle, soprattutto quando la luce obliqua del tramonto sparge oro sul bianco della calce, le diresti abitate non da uomini ma da personaggi misteriosi. È la magia della Valle d’Itria e dei suoi trulli.

Da quasi mezzo secolo la Valle d’Itria vive un’altra magia, quella della musica.

Era il 1975 quando, da un gruppetto di appassionati di musica e di bellezza, nacque il sogno di un Festival di musica colta e rigorosa, ma non estranea alla vita e alla magia della valle e alle ragioni di una storia antica e nobilissima: quella stessa che ha fatto di Martina Franca, sede del Festival e aristocratica vedetta sulla valle, un autentico salotto monumentale del Settecento. Stiamo parlando appunto del Festival della Valle d’Itria: un Festival di proposte tematiche originali, frutto di rigorosa ricerca musicologa e di coraggiosa filologia, sempre sotto il segno dell’eccellenza e dell’unicità.

In quel gruppetto di profeti c’era Paolo Grassi, mitico fondatore del Piccolo Teatro di Milano, martinese e all’epoca sovrintendente del Teatro alla Scala, al cui legame solidissimo di amore per la propria terra si deve la felicissima intuizione del Festival, destinato ad avere le radici nell’humus pugliese e i rami svettanti verso il mondo. Lo capì subito l’allora sindaco di Martina, Franco Punzi, che sposò l’idea e il progetto e, anche da non sindaco ma da grande uomo di cultura e di spettacolo, continuò a farlo, con capacità, passione, competenza, volitività e disponibilità per i decenni a venire, fino a contare quarantotto. Quarantotto le edizioni del Festival di cui Franco Punzi è stato l’anima e il padre nobile. La quarantanovesima invece, ossia quella di quest’anno, ha dovuto aprirsi con il suo ricordo e l’interminabile applauso del pubblico, numeroso e internazionale, è stato un abbraccio strettissimo di vicinanza, affetto e gratitudine. Quell’abbraccio si è esteso a Michele Punzi, in questi anni stretto collaboratore e ora erede del grande Franco al vertice della Fondazione Paolo Grassi Onlus, organizzatrice dell’evento.


Cos’è il Festival della Valle d’Itria? Innanzitutto è un Festival “diverso” dai tanti, troppi festival estivi, uno spazio di arte cultura e creatività; un festival di autonoma produzione artistica, talora anche in partnership con prestigiosissime istituzioni teatrali europee. Grandi nomi di livello internazionale si sono alternati alla direzione artistica del Festival, ma la linea di fondo, in qualche modo identitaria, voluta dalla Fondazione è sempre stata quella di proporre opere originali, in edizione critica, in lingua originale: talvolta inedite, molto più spesso in prima esecuzione in tempi moderni. Insomma, per musicologi e musicomani di tutto il mondo è l’occasione per ascolti difficilmente replicabili, capaci di fare storia. Lo stesso vale per i concerti, i recital, le proposte film/musica, le “opere pocket”, gli “omaggi” a vari musicisti, proposti in ore e luoghi diversi, comprese masserie, chiese, piazze e contrade, per venti giorni annuali di full immersion nella bellezza e nell’arte.

Anche per questo coinvolgimento del territorio e dei suoi umori, il Festival, tradizionalmente celebrato a cavallo tra i mesi di luglio e di agosto, con il consolidarsi del suo successo, ha contribuito alla valorizzazione turistica di Martina Franca e della Valle d’Itria, lungo i sentieri innovativi di un turismo ambientale e culturale, lontano dalle facili suggestioni del turismo di consumo, come si conviene a un territorio davvero unico per risorse umane, storiche, artistiche, paesaggistiche, gastronomiche e, ora, musicali.


C’è un’idea alla base di ogni edizione del Festival. Per il direttore artistico Sebastian Schwarz, quest’anno al suo secondo impegno martinese, il Festival “ogni anno rappresenta un’avventura unica e stimolante”, perché, a suo dire, “il materiale inedito non manca mai e ogni scoperta arricchisce la nostra preziosa raccolta di opere liriche”. Per l’edizione del 2023 il prestigiatore Schwarz ha tirato fuori dal cappello il tema del comico in musica: “50 sfumature di buffo”. La giustificazione? “In tempi di crisi, un po’ di leggerezza e divertimento potrebbero giovare a tutti”. È il caso dell’operetta che, come la storia insegna, ha sempre avuto un grande successo nei momenti difficili, quelli del passaggio tra epoche. Così fu con Offenbach in Francia, con la Scuola viennese, la scuola spagnola e con la coppia Ronzato-Lombardo in Italia. Ma non c’è solo l’operetta; ci sono l’opera buffa, il dramma giocoso, l’intermezzo e tutto il repertorio in cui la musica, magari risparmiando sui costi, e moltiplicando i luoghi delle rappresentazioni, ha voluto farsi più libera e intrigante con le sue vicende ispirate alla commedia dell’arte, che, messe da parte divinità e eroi, si calava nel lessico borghese e popolano fatto di equivoci, inganni, incroci d’amore, mascheramenti, quotidianità e, soprattutto, lieti fine.

Ma parlare di comico e di buffo non significa minor rigore filologico. Così la leggerezza rossiniana de “Il Turco in Italia” è frutto di un lavoro accurato di ripulitura critica dell’edizione del 1814 e di integrazione con l’occhio alla edizione del 1815; mentre l’operetta “Il paese dei campanelli” viene eseguita, come non avviene di consueto, con il pieno organico orchestrale richiesto dalla partitura e completo con coro, ballerini, attori e solisti. Per non parlare di due prime esecuzioni assolute in tempi moderni, come la nuova edizione de “L’Orazio” di Piero Auletta e quella de “Gli uccellatori” di Florian Leopold Gassman, il cui manoscritto è stato scoperto nel 2015. In prima esecuzione assoluta in Italia anche l’operetta “L’adorabile Bel-Boul” di Jules Massenet. Se poi gli aggiornamenti nelle ambientazioni possono far storcere la bocca a qualche polemista di professione, basta ricordare che a Martina Franca nulla è mai scontato.


C’è tuttavia una domanda che puntualmente viene riproposta: qual è il rapporto tra il Festival e la gente del luogo. In una recente intervista il direttore artistico Schwarz ha parlato di “armoniosa simbiosi che si è creata fra la gente e il Festival”. Un tempo certi ipercritici di provincia si dicevano sicuri del destino elitario e distaccato dalla comunità del Festival. “Il Festival - dicevano maliziosamente - è di Martina ma non dei martinesi”. La storia ha dato loro torto e non poteva che essere così, perché il problema, in questo caso, non è di gusti, ma di conoscenza. È la conoscenza che forma e affina il gusto e la conoscenza è curiosità, studio, ricerca, voglia di migliorarsi, crescita, autopromozione, obiettivo di esistenza. E dove la conoscenza trova il suo tempio se non nella scuola?

In questo senso il Festival, che certamente negli ultimi anni ha migliorato in maniera significativa la sua comunicazione, ha trovato un alleato straordinario nell’I.I.S.S. “Leonardo da Vinci” di Martina Franca che per il terzo anno consecutivo ha riproposto un percorso didattico di coinvolgimento di ragazze e ragazzi sul tema “Raccontare in digitale: dietro le quinte del prestigioso Festival della Valle d’Itria”.

Il Progetto didattico, ideato e curato dalla prof. Maria Ricci in qualità di docente esperta e sostenuto dalla vice preside dell’Istituto, prof. Maria Antonietta Marangi, si è svolto in collaborazione con la Fondazione Paolo Grassi, che ha letteralmente aperto alla scuola le porte del festival.

Così i ventidue studenti partecipanti, scelti anche in una logica di inclusione e guidati dalla prof. Ricci e dalla tutor prof. Adriana Lucarella, con la collaborazione della prof. Anna Elena Lucarella, hanno sviluppato la loro conoscenza immersiva sul duplice piano dell’approfondimento teorico e della verifica sul campo.

Attraverso lo studio delle opere in cartellone i ragazzi hanno potuto percorrere secoli di storia, di cultura, di letteratura e hanno riflettuto sui diversi modi di fare musica e spettacolo. Ma non solo. La prof. Ricci ha spiegato la nascita e l’evoluzione del belcanto e dell’opera lirica inquadrando il tutto nel contesto storico, letterario e artistico. Così, attenendosi al tema dell’anno, i ragazzi hanno parlato di belle époque e della vecchia Europa del primo Ottocento, spensierata e inconsapevole della tragedia che stava per scatenarsi e che avrebbe per sempre cancellato quel mondo. Hanno riflettuto anche sui temi propri dell’opera buffa: l’amore, le relazioni familiari, gli intrecci amorosi, la gelosia, l’infelicità matrimoniale, i tradimenti, il gusto per le turcherie, i travestimenti, le maschere, le espressioni dialettali, gli equivoci, i sospetti, le ambiguità, i qui pro quo… Hanno poi incontrato dall’interno il mondo del Festival: lo stesso presidente Punzi con l’assessore comunale alle attività Culturali Carlo Dilonardo, poi registi, scenografi, costumisti, direttori di orchestra, cantanti, maestranze, sottopostisi di buon grado alle interviste dei ragazzi e che, oltre a parlare del proprio ruolo, hanno lasciato loro un messaggio di vita, con l’invito a coltivare la propria passione, i propri interessi, a interrogarsi, a prendersi cura delle proprie passioni. È stato come assistere al miracolo della nascita dell’opera.

Particolarmente emozionante è stato l’incontro con il direttore artistico Schwarz, che ha invitato i ragazzi ad essere curiosi, creativi, originali a porsi le domande, a chiedersi il perché…e soprattutto cercare sempre una risposta. L’aver potuto assistere all’anteprima under 25 delle opere in cartellone (una iniziativa che prova quanto il Festival punti sui giovani e sui giovanissimi) è stato il coronamento di un processo di esperienza e di interiorizzazione.

L’entusiasmo dei ragazzi è stato palpabile. “Queste esperienze mi hanno insegnato non solo a conoscere un nuovo genere musicale, ma pure che non ci si deve mai chiudere di fronte alle novità, e soprattutto non ci si deve mai fermare, si deve andare sempre più avanti, mai bisogna tirarsi indietro o arrendersi, bisogna sempre pensare in modo positivo”: così una ragazza di terza classe, Barbara, che vorrebbe consigliare a tutti i compagni delle sua classe di vivere le stessa sua esperienza. Una piccola grande idea, perché la conoscenza ha bisogno di allargarsi come i cerchi concentrici di uno stagno colpito da un sasso, senza rassegnarsi al troppo facile. Per questo l’esperienza dell’Istituto “Leonardo da Vinci” di Martina Franca è ancora più preziosa, soprattutto perché ci insegna che una cultura che sia contemporaneamente alta e di popolo, magari costa impegno, ma è possibile.

Angelo Di Summa



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